Caro A.
mi sono promessa tante volte di cominciare questo esercizio e sempre qualcosa mi ha interrotto. Eppure quel che m’interrompe è all’origine stessa della necessità dell’esercizio. Allora mi scuserai per il testo pieno di fratture, pieno di inciampi, povero di soluzioni.
Sono di nuovo ferma, questa volta intellettualmente, di fronte allo stesso scoglio che ci blocca nell’azione: avremmo bisogno di strutture per convogliare e non disperdere le nostre forze, ma per costruirle ci vorrebbero le energie di cui le lotte quotidiane disorganizzate ci privano.
Ci serve urgentemente un di fuori anche se minimo per appoggiarci le mani mentre tentiamo di sollevarci, insieme ed ognun per sé.
Questo di fuori lo chiamiamo, lo evochiamo.
Come in una seduta spiritica studiamo le insurrezioni del passato per avvicinarle al nostro vocabolario e ai nostri corpi, anche se restano in realtà lontane dagli occhi e dal cuore.
Per scrivere questo testo che parla dei rapporti tra l’arte e la lotta avrei bisogno di una lingua straniera nella lingua, una lingua da saltimbanchi che materializzi la possibilità di danzare sulla corda tesa e di combattere e invece ho solo dei brandelli di parole usurate che devo cucire attorno ai problemi.
Come per esempio il problema di non poter più nemmeno pensare di attraversare il ponte che lega l’arte alla vita, se mai ce n’è stato uno, senza cadere tra le mani della legge.
E di non poter ammettere questo stato di cose senza scivolare nella vigliaccheria o nella depressione.
Quando si usava nominare il nemico (capitalismo, imperialismo, patriarcato, globalizzazione) ci si inventava un’alterità binaria e rassicurante.
Noi partecipavamo per non partecipare. (Alle lotte e non al lavoro, alle dinamiche militanti e non alla società di classe.) Volevamo essere altro perché quel che odiavamo diventasse altro da noi.
La desoggettivazione era un processo di messa a distanza logica e performativa.
Se non potevamo cambiare gli aspetti della realtà che più ci ferivano, ci trasformavamo in qualcosa di inassimilabile, scavalcando i moralismi e rivelando l’aspetto politico dell’illegalità.
Si diventava fuorilegge, drogati, prostitute, perversi, violenti – e inevitabilmente ladri perché la proprietà privata e gli affetti che la conservano sono la giustificazione di tutte le altre oppressioni. La prigione era una tappa necessaria perché sempre inflitta e perché parte anch’essa in qualche modo di una separazione dal mondo impiegatizio e mediocre del “benessere” del ventesimo secolo.
Ed un problema sorgeva nel corso di questo divenire.
Il modo in cui gli altri-esclusi si mescolavano a noi, quelli che non avevano scelto politicamente la loro esclusione, ma la subivano – poiché anche delle scelta iniziale del posizionarsi si erano trovati privi –. Questo modo lasciava a desiderare.
Anzi non è che lasciasse a desiderare, era proprio insopportabile, per noi quanto per loro.
Totalmente insufficiente.
Perché gli altri-esclusi continuavano a sentirsi altri da qualcuno, ed anche se in diritto di farcelo pesare, sempre in dovere di portare il peso di quello che ci separava, che invece di essere il motore della rivolta, diventava un fattore di rallentamento cinetico. Chi soffre è meno produttivo, anche di sovversione sociale, così dicevano i movimenti, così dicevano la psichiatria ed i professori. Amen.
Là toccavamo il limite delle nostre capacità, dei nostri liberi arbitri nutriti da dogmi in fondo segretamente democratici, che era quello di non poter cambiare noi stessi in assenza di uno sconvolgimento sociale che spazzasse via questo veleno del giudizio e della misura, questo morbo del paragone idiota e brutale, questa polizia delle condotte.
Rifiutare la partecipazione ai processi rivoluzionari come un dover essere era cosa acquisita dagli anni ‘70. Eppure il differimento permanente della soddisfazione in un mondo che già forniva ben poche occasioni di piacere aveva trasformato i “militanti” in figure ascetiche e incapaci di contaminare.
La scelta del Margine come luogo da cui prodigare l’impegno finiva per diventare un dover essere simmetrico di quello che rifiutavamo e forse più insidioso. Delle volte l’unica reazione ai nostri gesti che ne certificasse il carattere politico era la repressione.
La società si era come plastificata, e non solo era ininfiltrabile, ma ci cambiava più di quanto non la potessimo cambiare.
Chi rifiuta la lotta armata parte già steso nel braccio di ferro militare contro la società. Chi accetta la lotta armata accetta di essere solo nel suo combattimento perché sa che i compagni non solo non amano le braccia armate ma ne hanno orrore.
E noi eravamo, una volta fuori dal fiume in piena dei movimenti, delle presenze isolate, prigioniere della loro identità di naufraghi, un episodio che si dimentica.
Se non c’era piacere a stare nello spazio che ci eravamo scelti era colpa degli uni o degli altri, mai del nemico che ci cacciava in dei cunicoli sociali senza ossigeno e ci condannava all’endogamia.
Superstiti di un incidente non registrato, reduci di un Vietnam immaginario, pieni di storie che non interessano nessuno ed oppressi dalla necessità di accomodarsi del presente per distruggerlo meglio, in coabitazione forzata.
(Scusami per tutte queste metafore, e per quelle che anche dopo non potrò impedirmi di fare: lo so che far metafore è esporre l’insufficienza della lingua ricostruendo storie dove c’è necessità di logiche. Far metafore è essere a corto di esempi concreti e a disagio con la storia.
O anche solo un pudore borghese a dire le cose come stanno, non sempre letterarie, non sempre linguistiche. )
La conclusione a cui eravamo costretti a giungere è che i privilegi non si annullano rinunciandoci. La separazione rimane e rimane legata alla scelta stessa di quella rinuncia, una scelta nobile che è data a pochi e che in virtù della sua nobiltà è reversibile. I privilegiati che si espongono al pericolo di opporsi alla società, a vivere nei suoi interstizi, capitalizzano durante questa esperienza di estraniazione e possono, più forti e più capaci, spesso fare ritorno al luogo sociale da cui sono partiti.
Questo fatto, invece di rinforzare il credo del determinismo di classe (es.: un borghese non potrà mai lottare tanto sinceramente quanto un proletario ) lo fa, invece vacillare pericolosamente.
Perché se è vero che desoggettivandosi nel Margine in assenza di processi rivoluzionari non si riesce a cambiare né se stessi né la società, è anche vero che la gioia ed i privilegi di cui si può godere in un mondo che resta capitalista sono piaceri basati sulla sottomissione ed il saccheggio degli altri, piaceri insocievoli e separatori. Piaceri bestiali in ultima analisi, per quanto possano pretendersi raffinati.
Il Margine delle lotte, con tutti i suoi difetti, resta uno spazio migliore, una fonte di creatività, una forma di lusso, un Eldorado perduto a posteriori per chi è tornato a casa ma non può più rifare il cammino all’indietro senza farsi rifiutare.
Ma il problema è che se il fine è quello di sbarazzarsi del borghese in noi, o del piccolo-borghese per essere più precisi, questo non lo si fa mimando il suo contrario e gesticolando l’autolesionismo sociale. Non lo si può fare pensando alla piccola borghesia come platea di spettatori distratti da convertire o da scandalizzare.
Nel ‘68 si è chiuso un ciclo di lotte insieme ad un ventaglio di soggettivazioni possibili che non solo sono diventate argomenti di vendita per profumi, abbigliamento ed altro, ma ci hanno lasciato, dal punto di vista del dover essere umano e non solo sociale, in una situazione simile a quella che vide emergere l’astrazione nel paesaggio della storia dell’arte.
Il carattere prescrittivo di ogni teoria rivoluzionaria – e nota che qui faccio l’economia di qualunque citazione per mettermi in sintonia con la povertà che descrivo – suona ormai patetico e irrealizzabile perché sempre in ritardo sulla miriade di altre prescrizioni immediatamente effettive imposte alla soggettività dai suggerimenti commerciali. Le corporation sono produttrici prima di tutto di mondi già possibili e poi delle istruzioni per il loro gradevole uso.
L’idea di una politica dei mezzi senza fine che potrebbe avere per scopo la riabilitazione degli umani e la squalifica delle macchine politiche che digeriscono la vita è rimasta aurorale. Forse perché una politica che propone il terreno dell’immanenza pura per sollevarsi occulta il fatto che questo terreno è colonizzato da una merce sempre nuova, che occupa tutto il posto per posare le mani, spazza continuamente il possibile su cui fare leva, lasciandolo irto di feticismi e ingombro di desideri sbagliati.
Il disagio economico e sociale non è più questo di fuori, non è più, per ora, una zona energetica che possa generare lotte per cambiare gli abitanti del pianeta e far sì che il pianeta ne sia poi cambiato. Saperlo ci dà dolore ma non forza.
E né il disagio né il dolore fanno più mondo. Nelle democrazie liberali, come già era stato nei regimi totalitari, siamo usciti dal registro lirico e anche tragico, siamo usciti dall’espressionismo, siamo nell’astrazione economica. Ogni immagine di sterminio è per il potere, e sarà presto per noi, figurativa quanto un monocromo.
Il realismo è sempre stato una questione di traduzione, una costruzione fatta di codici, ma ora per credere alla realtà ci servono forse immagini e parole più libere dal presente, perché il presente è fatto delle merci e degli affetti che ne derivano.
Altri problemi mi bloccano e mi paralizzano e questi sono anche più pericolosi perché abitano il rapporto tra la sovversione ed il sapere. Se è semplice criticare il concetto di cultura accumulativo e mnemonico che informava la buona vecchia borghesia e le sue scuole, è invece difficile capire perché i movimenti politici radicali non possono più pescare serenamente nella banca dati frammentaria e preziosa delle avanguardie.
Le avanguardie (requiescant in pace) con il loro corteo attuale di museificazione e messa sotto campane di vetro, sono da quarant’anni (e forse più) solo sinonimo di plusvalore sofisticato.
Mi ricordo già la grande diffidenza con cui gli autonomi guardavano i post-punk negli anni novanta, “tutti figli di borghesi” si diceva, come se la rivolta defunzionalizzata, emancipata dall’attivismo e fissata sullo spazio esistenziale fosse un lusso inaccettabile. Come se il rifiuto del lavoro dovesse sempre convertirsi in forme di lotta produttive di sovversione e socializzanti, come se lavorare a creare le condizioni della rivoluzione fosse un’attività lineare e progressiva tanto quanto il lavoro salariato, solo dispiegata in direzione contraria…
Di fatto la lettera dell’avanguardia resta lettera morta, resta un lusso non desiderabile perché il suo valore d’uso è sconosciuto. Come dire che l’unico paradigma di trasmissione del sapere a noi familiare è quello dell’università, col suo sistema chiuso di potere e di compromessi, ma soprattutto con il suo accordo tacito di mai fare un uso effettivo delle conoscenze trasmesse, create e accumulate.
Grandi barricate piazzate tra l’arte e la vita, tra il sapere e il vivere, cattedrali erette alla gloria della masturbazione mentale, le università ancora scardinate dal mercato che dovevano offrire asilo dall’inferno della merce almeno per qualche anno a dei giovani in cerca di ricerca, non ospitano più nessun conflitto tra le loro mura produttive e manganellano la gioventù che fa troppe domande.
Le università dopo il ’68 si sono rivelate per quello che sono: vettori di umiliazione e di riproduzione sociale, caserme di polizia per i desideri di impegno politico, tombe degli intellettuali militanti.
La trasmissione, la discussione e lo studio hanno così smesso, a partire da un certo punto in poi, di poter essere dei momenti socializzanti, rinforzanti e non commerciali. Se nelle facoltà sono sopravvissuti vi hanno conservato un povero valore di scambio e perso ogni valore d’uso.
Il sapere esiste, morto stecchito tra le pagine ma non c’è nessuno per animarlo e permettergli di raggiungere e trasformare i corpi.
E detto questo cadiamo un’altra volta nella tromba delle scale della storia per ritornare al punto di partenza. Da questo punto ti scrivo o provo a scriverti.
Ad un certo punto a cavallo degli anni ottanta mi ricordo che si è perduta la nozione di cultura. Non che se ne sia perso il senso, ma se ne sono perse le istruzioni per l’uso. Si è dimenticato cioè che la cultura non si produce né si assimila chiusi ciascuno nella propria fortezza contemplativa, ma solo intrattenendo dei rapporti sociali compatibili con le verità politiche che la animano. Le culture esistono solo al plurale e si attivano non tanto studiando quando facendo dei figli, avendo delle amicizie, coltivando degli amori che ci rendano capaci di comprendere e di agire. Sono i nostri comportamenti quotidiani reciproci che non ci mettono più in condizioni di passare un pomeriggio a leggere Lenin o Foucault e di farne qualcosa di realmente ed immediatamente sovversivo. La cultura è la critica permanente del concetto di “patrimonio”, allora perché ritornano sempre l’appartenenza, lo Stato, l’imposizione ogni volta che se ne parla? Altro che revolver, questa volta è un arsenale nucleare che ci fa fronte.
Mi puoi rispondere che viviamo un momento violento. E che la violenza abbassa il livello dei dibattiti perché usurpa il posto della parola, riporta i corpi in primo piano, con la loro fragilità e inadeguatezza, ci ricorda quanto e come siamo governati. Ma ci ricorda anche che l’astrazione non dovrebbe travestire né l’urgenza dei bisogni né le abiezioni del razzismo, del maschilismo, dell’offesa continua all’infanzia che ogni giorno si perpetua su noi tutti.
L’astrazione ci dovrebbe permettere di pensare più lontano portando con noi tutto il peso delle nostre insufficienze ma senza più nessuna vergogna, dovrebbe lottare contro la forza di gravità e non farci scivolare. Questo forse si gioca – come i giocolieri senza esperienza lanciano le fiaccole, secondo una logica di sopravvivenza ma senza rigore coreografico – nell’arte contemporanea, questo cerchiamo di fare, senza bruciarci. Ma l’arte non è un rifugio, non è una posizione, non è un atteggiamento, è solo un mestiere. Questo va ricordato e quando si dice “gli artisti”, lo si dovrebbe dire come diciamo “i medici” o “i muratori”.
Un mio amico diceva: il problema non è mai la repressione, il problema è la paura. Il problema non è prendere il colpo, perché quando hai preso il colpo sei abbastanza forte per sopportarlo, il problema è vivere tutta la vita evitando il colpo, cercando di sfuggirgli, ma spesso prendendolo lo stesso e perdendo non solo la salute ma anche la dignità.
Claire